La guida al buio degli assi del volante

03/31/2016

Roberto (è un nome di fantasia) è nato tra i motori. Suo padre, desiderava fare l’ingegnere meccanico, ma non c’è riuscito e non ha nemmeno lavorato nell’ambiente; tuttavia non perdeva occasione di portarlo fin da piccolo nelle officine e alle gare automobilistiche.

Roberto mi è stato presentato da un mio cliente di lunga data perché soffre continuamente di tensioni al collo e di mal di testa persistenti. I medici non sanno trovare una spiegazione, le motivazioni chiaramente sono ben altre.

Roberto con i motori ha un rapporto di odio e amore; sognava di fare il pilota, non ce l’ha fatta e ha ripiegato partecipando a corsi di guida veloce, sul ghiaccio e si è cimentato anche nel drifting. La sua casa raccoglie qualsiasi cosa abbia a che fare con il mondo delle corse.

Roberto fa il contabile, l’impiego gli dà da vivere ma si sfoga con le gare automobilistiche: non ne perde una e ama terribilmente guidare.

Quando mi viene presentato si dimostra deciso, quasi spaccone e mentre gli descrivo il mio lavoro vedo un sorrisetto di sufficienza. Io ci sono abituato quindi non ci faccio caso: so che posso aiutarlo a ritrovare un po’ di benessere anche se lui non lo ammetterà mai perché è molto sicuro di sé.

 

Mentre Roberto mi parla mi colpisce il fatto che ogni descrizione abbia un riferimento automobilistico o con il mondo dei motori: è come se tutto ruotasse in un circuito prestabilito: curva a destra, curva a sinistra, chicane, rettilineo. Così come sono ambiziosamente alte le sue descrizioni di capacità di guida di ogni automezzo, in qualsiasi condizione.

 

Anche la sua vita privata subisce il fascino dei motori: la necessità ci cambiare continuamente auto non gli permette di avere un tenore di vita costante e anche il frequentare circuiti per vedere le gare diventa altamente dispendioso.

 

E’ difficile entrare nei suoi discorsi: Roberto ascolta poco e viaggia su un suo personale percorso a tutta velocità, proprio come quando guida. Finalmente trovo una breccia quando gli parlo della “Guida al buio”.  Mi soffermo sui dettagli della prestazione, di come funziona tecnicamente la prova, di come l’istruttore debba essere al primo posto e debba essere il fulcro dell’esperienza. Roberto ridacchia, è convinto che anche questa sarà per lui una passeggiata: poco importano le emozioni che si provano ad essere bendato, le situazioni che si vivono interiormente, le sensazioni che si hanno a lasciarsi totalmente andare a bassa velocità, su un auto da scuola guida, su un normalissimo piazzale.

 

Roberto sta andando via quando gli lancio la sfida: “Uno come te snobba la “Guida al buio”… perché in fondo in fondo ne hai paura, temi di affrontare veramente te stesso…”

Roberto non può fare altro che accettare la sfida: del resto è stato sempre così in tutta la sua vita.

 

È difficile ammettere di non essere riusciti in qualcosa, difficile sentire il peso di un fallimento spesso ereditato da altri e per sapere veramente chi siamo occorre trovare quella pace interiore che mette a dormire i nostri fantasmi, i nostri protagonismi in modo da accettare le sfide della vita come prove per crescere, non come delle vuote dimostrazioni di onnipotenza.

 

Roberto ha provato la “Guida al buio”: quando è sceso dall’auto aveva la mascherina umida, aveva pianto.

Oggi ha la ragazza, ama ancora i motori e segue sempre le gare, ma in una telefonata mi ha detto di avere capito che la gara più importante è quella della vita. Spero trovi al più presto un lavoro che gli piaccia. E il suo mal di testa è cominciato a passare…

Driving in the dark of the steering axis

 

Roberto (it's a made-up name) was born within the world of engines. His father wanted to be a mechanical engineer, but did not succeed and he has not even worked in the environment; however, he never missed an opportunity to take his son as a child to the workshops and to car races.

 

Roberto was introduced to me by my longtime client because he continually suffers from tension in the neck and persistent headaches. Doctors cannot find an explanation, the reasons are clearly very different.

 

Roberto has a relationship of love and hate with engines; he dreamed of being a pilot, he didn’t make it and made up by participating in fast driving courses on ice and has also competed well in drifting. His house collects anything to do with the world of racing.

 

Roberto is an accountant, which he makes a living of but he unloads himself with motor racing: he doesn’t miss one and loves driving terribly.

 

When he was introduced to me he proved to be decisive, almost a bully and while I was describing my role I could see a little smile. I’m used to this so it really didn’t bother me: I knew I could help him find a little well-being even if he would never admit it because he is very self-confident.

 

While Roberto was speaking to me it stroke me that any description had an automotive motorsport reference: it was as if everything revolved in a predetermined circuit: curve to the right, curve to the left, chicane, straight.  His descriptions of driving ability of each vehicle, in any condition are ambitiously high.


Even his private life is subject to the charm of engines: the need to constantly change cars do not allow him to have a constant standard life and also attending circuits to see races becomes highly expensive.

 

 

 

It’s hard to get into his conversations: Roberto listens very little and travels on a personal approach at full speed, just like when he drives. Finally I found a breakthrough when I spoke about "Driving in the dark". I was emphasizing on the details of the performance, how it works technically, of how the instructor should be in first place and should be the focus of the experience. Roberto chuckled, he was convinced that it would a been a simple ride for him: never mind the emotions you feel to be blindfolded, the situations that they give  within, the feelings that you have to let go completely by driving at a low-speed, in a car used for driving lessons in a normal square.

 

Roberto walked away when I launched the challenge: "Someone like you that snobs "Driving in the dark"... because deep down you are afraid, you are scared of really facing yourself..."

Roberto could do nothing but accept the challenge: it had been like this throughout his life.

It's difficult to admit that you have failed in something, hard to feel the weight of failure often inherited from others, and to really know who we are we need to find that inner peace that puts our ghosts to sleep, to accept the challenges of life as evidence to grow, not as empty demonstrations of omnipotence.

 

Roberto tried "Driving in the dark": When he got out of the car his blindfold was damp, he had cried.

Today he has a girlfriend, he still loves engines and always watches races, but during a phone call he told me that he had realized that the most important race is that of life. I hope he soon finds a job that he likes. And that his headache begins to disappear…

 

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